Cappella gentilizia
La Cappella gentilizia della Famiglia Lucà -Dazio sorge su un promontorio con vista sull'Adriatico, il Belvedere "G. Marconi", sulle fondamenta di un'antica Icona del XV sec.
La prima testimonianza scritta risale infatti al 1476 anno in cui Don Vito Arciprete di S. Vito aveva "in alia manu per lo censo della Chiesa del Sancto Salvatore".
Potremmo anche supporre una sua costruzione in tempi più remoti, intorno all'anno 1000, facendo riferimento ai beni che l'Abbazia di S. Liberatore a Maiella aveva nel nostro territorio considerando anche che il fatto che in alcune visite pastorali la Chiesa di S. Salvatore veniva abbinata con quella di "S. Nicola" posseduta dalla suddetta Abbazia di Serramonacesca.
Nel 1928, per la prima volta il parroco nella descrizione della chiesa del SS. Salvatore, di proprietà della famiglia Dazio, risultante in pessime condizioni e dove "non viene mai officiato", la dice "dedicata a S. Francesco".
La prima descrizione , seppur molto sommaria rispetto a quella della Chiesa Matrice di S. Maria, è dell'11 novembre del 1585 in occasione della visita pastorale di Padre Antonio Talpa dell'Abbazia di S. Giovanni in Venere che ebbe la giurisdizione spirituale su S. Vito fino al 1624. Egli si recò a San Vito, "se contulit in Castrum Sancti Viti", per la cosiddetta Visita Generale delle Chiese da essa dipententi e visitò anche la Chiesa del "S.ti Salvatoris" posta al di fuori delle mura, "extra moenia" il cui Rettore era Don Giovanni De Sanctis.
La Chiesa non era certamente in condizioni presentabili avendo un "altare vero indiget" con una dote di "salmas duas di grano".
Nella visita successiva del 1592 la stessa risultava avere una rendita di 12 ducati. L'altare maggiore non era consacrato e la messa veniva officiata soltanto in occasione della festa del S. Salvatore. La Chiesa continuava ad essere in pessime condizioni dato che Pietro Dieno, l'allora visitatore pen conto di S. Giovanni in Venere, ordinò delle riparazioni in vari punti, "reparari in parietibus in parte anteriori et in tecto", oltre a provvedere di chiudere la "fenestram a parte orientali" con una grata di ferro.
Nelle visite degli anni successivi assistiamo ad un ripetersi alquanto monotono degli stessi lavori da eseguirsi e nel 1595 si cercò di obbligare il Rettore de Sanctis a dar inizio ai lavori sotto pena di sei ducati. Il de Sanctis morì però l'anno successivo e la Chiesa del SS. Salvatore fu unita al Seminario Abbaziale che si impegnò a proprie spese nella riparazione del tetto.
Nonostante il cambio di reggenza nulla si mosse e nel 1600 in occasione della visita di Padre Scipione Rossi, si ordinò, però, che nel mese di Agosto, durante la festa del S. Salvatore si mettesse, almeno, sul lato destro dell'ingresso un vaso con l'acqua benedetta e fu dato nuovamente incarico a Don Cristoforo Zutio e Massimiano de Sanctis di riparare il tetto.
Un episodio particolare della visita del 1600 risulta essere una occupazione di una selva di leccine di proprietà della Chiesa da parte dell'Università (nome con cui veniva chiamato il paese). La cosa si risolse con la promessa di Domenico di Cesare, Mastrogiurato dell'epoca, e del Cancelliere Massimiano de Sanctis, di risarcire l'Abbazia dei danni subiti ma rimase solo una promessa. Nel 1603, finalmente, fu riparato il tetto ma si registrava l'assenza di candelabri ed altre suppellettili.
Negli anni successivi, ed in particolare dopo il 1624, quando tutte le chiese di S. Vito passarono sotto la giurisdizione della Diocesi di Chieti, la Chiesa del SS. Salvatore restò praticamente abbandonata fino al 1720 quando Don Pietro Angelo Dazio ottenne il permesso di poter ricostruire la Chiesa del "SS. Salvatoris extra moenia" con la costituzione di un Beneficio Laicale assegnado, per questo motivo, alla nuova Cappella una rendita derivante dal frutto di un terreno della famiglia, tale da consentire alla celebrazione delle messe per i propri defunti, agli arredi sacri ed alla manutenzione dell'edificio.
In merito alle funzioni religiose nel repertorio della parrocchia di S. Vito del 1792 sappiamo come "nella Chiesa del Salvadore de jure Patronatus della Famiglia Dazio quante volte l'Arcip.te viene invitato nelle rispettive Feste di essa Chiesa a celebrarvi, Vespri, Messe cantate, Litanie, i Sacerdoti, o Clero non hanno alcuna partecipazione della limosina, o ricognizione, che si dà al medesimo Arcip.te".
Nell'Archivio della famiglia Dazio sono conservati i disegni dei progetti illustranti le varie fasi degli studi fatti per la trasformazione dell'edificio prima della scelta finale. La realizzazione, a pianta longitudinale a due aule, è dato supporre possa attribuirsi ad architetti quali Girolamo Rizza del Vaglio; Carlo Piazzoli da Pigra (o Piazzola) operanti all'epoca in Abruzzo come anche le maestranze che furono probabilmente lombarde.
Annessa alla Chiesa vi era anche un cimitero dove venivano seppelliti i defunti della Famiglia Dazio e se ne ha notizia fin dal 1748 anno in cui Solimena Dazio "..sepulta est in Eccl.e ss. Salvatoris extra moenia..".
Nel corso della Prima Guerra Mondiale la Chiesa subì dei danni a causa del bombardamento delle navi austriache come ricorda una lapide apposta sul muro orientale della Chiesa.
Sulla stessa parete vi è anche una pietra votiva che ricorda pescatori morti nell'Adriatico. Nel corso dei secoli molti sono stati questi tragici episodi e la ricerca continua della protezione di S. Francesco di Paola ha portato i sanvitesi ad identificare la Chiesa come "Chiesa di S. Francesco" e pochissimi sanno del suo vero nome.
E' evidente, come spesso accade, che la tradizione popolare abbia il sopravvento sulle fonti documentarie nonostante fino al secolo scorso, prima della Grande Guerra, l'attuale Corso Trento e Trieste al termine del quale è posta la Chiesa, fosse denominato ancora "Corso del Salvatore" e come ancora oggi i vichi posti ad est del suddetto corso sia ancora chiamato "Vico I Salvatore". e "Vico II Salvatore".
Prima che venissero denominate le strade ed i vichi della zona del Belvedere, come risulta dai vari "Stati delle Anime" della Parrocchia a partire dal 1780, tutto il rione del "Colle" veniva identificato come "Borgo del Salvatore" o "Sobborgo Salvatore extra moenia" così come quello posto a sud delle mura del castello era chamato "Sobborgo S. Vito extra moenia".
La fase decorativa è del periodo tardo barocco. Sulla parete dell'altare, impreziosita dalle settecentesche decorazioni a stucco tra cui sono inserite anche le insegne araldiche della famiglia e culminanti nelle figure di due angeli, si aprono le nicchie contenenti quattro figure lignee policrome di scuola napoletana datate tra il XVII ed il XVIII sec. che raffigurano il Salvatore, al centro, e da sinistra a destra S. Nicola di Bari, S. Francesco di Paola, S. Antonio di Padova.
Nella fatture delle stesse si nota l'accurato lavoro d'intaglio e la perfetta proporzione anatomica. Esse sono per tipologia simili a molte opere esistenti nell'Italia centrale ed in particolare alle pregevoli sculture che si trovano nella Chiesa parrocchiale di Castel di Sangro.
Perticolare risalto va dato alla postura ed agli sguardi assolutamente realistici ed intensi, resi così penetranti e vivi per l'impiego, nell'ecuzione degli occhi e delle dentature di una sostanza vetrosa splendidamente lavorata e colorata.
Particolare interesse ha la statua di S. Francesco, la più venerata dalla popolazione in quanto l'unica recante al centro la relativa reliquia e la cui devozione è da ricercare all'interno della comunità locale ed in particolare del borgo attiguo dove altissima era la percentuale di marinai e pescatori memori del miracolo compiuto dal Santo nello stretto di Messina salvando molti naviganti sorpresi da una forte tempesta.
Di minore importanza sono i quadri della Vergine col Bambino (XIX sec.), di S. Giuseppe de (XX sec.) e la statua di S. Rita anch'essa del secolo scorso.
L'Assessore alla Cultura
prof. Antonio Iarlori
















